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I capolavori del patrimonio immateriale

Il 18 maggio 2001 una giuria internazionale incaricata dall’UNESCO, presieduta dallo scrittore spagnolo Juan Goytisolo, ha proclamato l’Opera dei Pupi siciliana “capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell’umanità”. Questa forma di teatro di marionette, le cui origini risalgono alla metà dell’Ottocento, è stata dunque tra i primi diciotto elementi che sono stati iscritti nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale. Le ragioni di una proclamazione tanto repentina appariranno subito evidenti a chi consideri le caratteristiche uniche di tale tradizione teatrale, la quale appartiene ad almeno tre degli ambiti in cui, secondo la Convenzione, il patrimonio immateriale si esprime. Innanzitutto, infatti, il repertorio dell’Opra risale, attraverso una trasmissione orale quasi ininterrotta, al ciclo carolingio delle Chansons de geste antico-francesi, tramite la mediazione linguistico-culturale offerta dalla tradizione italiana dei cantari e dei poemi cavallereschi in ottave (primo fra tutti, ovviamente, l’Orlando furioso): è un repertorio che si trasmette ancora oggi oralmente da maestro ad apprendista all’interno di compagnie di pupari in gran parte a gestione familiare. In secondo luogo, le marionette, la cui morfologia è alla base della distinzione tra le due tipologie maggiori dell’Opera, la palermitana e la catanese, sono un prodotto artigianale di straordinaria fattura, le cui tecniche di confezionamento e la cui iconografia sono anch’esse affidate alla trasmissione informale all’interno delle botteghe artigiane. Ma ciò che rende davvero straordinaria l’Opera dei pupi è l’importantissima funzione sociale che essa svolge in seno alle comunità: parte dello spettacolo, infatti, è lasciata alla libera improvvisazione del puparo, il quale non di rado sceglie di dare voce alle istanze sociali, alle tensioni storiche, agli umori della popolazione. Nella seconda metà dell’Ottocento, ad esempio, nel pieno della lotta per l’indipendenza e l’unità nazionali, poteva capitare che Giuseppe Garibaldi facesse il suo ingresso trionfale accanto a Carlo Magno e ai suoi paladini, con un sincretismo possibile solo all’interno di tradizione eccezionalmente feconda e vitale.

 
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