CICLO CLASSI APERTE PROMOSSO DALLA SCUOLA DEL PATRIMONIO 2018-2020. ROMA, SALA DELLA CROCIERA- PALAZZO DEL COLLEGIO ROMANO, 14 FEBBRAIO 2019.

 

Le convenzioni Unesco e le politiche internazionali per lo sviluppo sono il fulcro intorno a cui ha ruotato la riflessione del professor Francesco Bandarin in occasione del terzo appuntamento del Ciclo Classi Aperte della Scuola del Patrimonio 2018-2020. organizzata dalla Fondazione Scuola dei Beni e delle Attività Culturali.

A introdurre la lezione del professor Bandarin, Carla Di Francesco che ha evidenziato l’importanza del progetto della Fondazione per la “linea di divulgazione più ampia possibile delle tematiche più importanti che riguardano i beni culturali” nell’ambito degli appuntamenti Classi Aperte.

Nels uo intervento di apertura, il Segretario Generale del MIBAC Panebianco ha tenuto a sottolioneare che  “il patrimonio è la risorsa forse maggiormente strategica per il Paese e a questo lavora il Ministero, con un compito delineato dalla Costituzione”. Richiamando il Codice dei Beni culturali, Panebianco ha evidenziato come “la conservazione si alimenta dalla tutela ma ha bisogno di uno sguardo più ampio, di muoversi con una logica e con sensibilità e attenzione sistemica sul complesso e non sulla singola dimensione. Uno sguardo che consenta di vedere lontano e assicurare una sana gestione”.

“Spesso – osserva Panebianco – si parla del concetto di cultura legato alla crescita economica ma la cultura ha un valore in sé, che prescinde dagli effetti economici che è in grado di produrre. Le Convenzioni Unesco costituiscono delle direttive per una rilettura dinamica dei valori del patrimonio culturale. Patrimonio culturale come motore di politiche attive, quali percorsi che aiutano a costruire ponti e legami, ad arrivare a sinergie. Percorsi che non devono avere paura di svilupparsi anche con le difficoltà. Si deve lavorare insieme dando un nuovo risalto al ruolo sempre più importante della società civile”.

Nell’aprire il suo intervento, Francesco Bandarin ha sottolineato: “Mi rendo conto di quanto il patrimonio sia fragile e minacciato. Il sistema delle Convenzioni Unesco è uno dei tanti strumenti per proteggerlo, uno strumento che va conosciuto più nel dettaglio per poterlo sfruttare al meglio”.

Per fare questo, nella sua lezione,ha  ripercorso origini, forma e struttura delle Convenzioni per sottolineare “come possono essere utilizzate come appoggio a delle politiche. Da sole non vanno da nessuna parte, anzi fanno dei guai, sono principi astratti che non hanno nessuna connessione con la realtà. La vera sfida è saperli gestire ed è qui che conta l’intelligenza degli operatori”. 

A partire dall’Ottocento “il patrimonio è stato utilizzato per rappresentare il nazionalismo, la storia del Paese, ma a un certo punto si è creata visione internazionale”. È solo a partire dalla Conferenza di Atene del 1931 che “si affronta la questione del restauro del patrimonio in termini internazionali”. Un momento decisivo ma che, a causa della guerra, subisce una battuta di arresto per riprendere con la Carta di Venezia del 1964. “Una carta breve con molti difetti, numerose mancanze”, che le successive Convenzioni hanno tentato di superare.

Il Documento di Nara del 1984 è stato il “primo tentativo di apprezzare la diversità culturale ed ha trasferito i valori alla società, quali valori non dall’alto ma dal basso”, un documento “ancora con molti potenziali di sperimentazione”. La questione delle città non era affrontata e fu Icomos a “premurarsi di creare una nuova carta, la carta di Washington 1987, che dà una definizione di città storica, anche se molto basata ancora sullo Stato, come attore non decisivo in questo ottimismo statalista”. Un cambiamento altrettanto importante è costituito anche dalla Carta di Burra del 1999 dove “per la prima volta si attua un completo spostamento del concetto di patrimonio dalla materia al valore”.

Bandarin è passato poi alla disamina delle sei Convenzioni Unesco. “L’Unesco, in questi anni  ha messo in piedi un sistema non perfetto, un sistema creato in via incrementale senza nessun progetto e idea sistematica”. Le sei Convenzioni rappresentano, infatti, per Bandarin, “un movimento che risponde a delle esigenze, a delle pressioni” del momento in cui sono nate.

Pensiamo alle esigenze di protezione post-conflitto del patrimonio che hanno portato alla Convenzione “Disciplina sui conflitti armati per la protezione dei beni culturali” del 1954. La Convenzione per la Protezione del patrimonio culturale e naturale mondiale del 1972 rappresenta poi il “centro e il pilastro dell’operazione” di sistematizzazione legislativa del concetto di patrimonio culturale. Si passa poi alla Convenzione per il patrimonio culturale subacqueo del 2001, nata a seguito di pressioni di alcuni ambiti professionali, e alla Convenzione per il Patrimonio Immateriale del 2003, che deriva dal successo della Convenzione del 1972. Infine, la Convenzione per la protezione e la promozione della diversità delle espressioni culturali del 2005, “interessante perché rappresenta un terreno comune per la varietà degli strumenti menzionati, cioè il rapporto tra tutela e sviluppo ai fini della valorizzazione. La Convenzione rappresenta l’unico momento in cui Unesco è uscita dal passato”.

Per tenere tutto insieme, l’Unesco ha poi emanato Dichiarazioni e Raccomandazioni. 

Bandarin ha affrontato poi nello specifico le caratteristiche fondamentali della Convenzione del patrimonio mondiale del 1972. Una Convenzione fatta di “criteri ampi e quindi anche di una tipologia di siti amplissima e in continua evoluzione”. Ha citato le città storiche, il patrimonio moderno, gli itinerari culturali, il paesaggio, i siti naturali e quelli geologici. Cita Uluru, il sito Unesco in Australia, “sito dove dal punto di vista della realizzazione non c’è nulla di visibile ma che rappresenta una visione simbolica di una popolazione”. I criteri permettono anche questo, afferma Bandarin “di riconoscere le grandi diversità”.

In totale si fa riferimento a 1092 siti, “difficilmente gestibili tanto che è stata creata una lista parallela con i siti unesco maggiormente a rischi che ne comprende 54. Questo ci fa capire quanto sia importante la gestione del patrimonio e in questo l’importanza del ruolo dell’Unesco nel mettere insieme le istituzioni nei loro sforzi di conservazione”. La convenzione “offre strumenti di protezione ma non troppi perché fa più che altro opera di labelizzazione, di etichettatura”.

“Mi auguro – ha concluso Bandarin – che lo sforzo di linee e di politiche compiuto negli ultimi anni sia un campo di azione a livello generale nel quale il patrimonio possa trovare unità operativa e possa essere strumento di progresso”.