PANDEMIE: I RESPONSABILI SONO GLI ESSERI UMANI

All'interno del numero di luglio-settembre 2021 di "The UNESCO Courier", dedicato alla tematica "Restoring biodiversity, Reviving life" si trova un articolo di John Vidal, giornalista, scrittore ed ex editor ambientale del quotidiano britannico The Guardian, dedicato alla questione dell'origine delle pandemie come conseguenza della distruzione degli ecosistemi naturali.

A questo proposito, anche la Vice-Direttrice dell'UNESCO per il Settore Educazione, Stefania Giannini, sostiene che "la Pandemia da Covid-19 che si è diffusa in tutto il pianeta nel 2020 non è solo una crisi sanitaria globale. E' una crisi che colpisce ogni aspetto della nostra vita e che ha rivalutato le fragilità della nostra interdipendenza con la natura. Abbiamo imparato che quando le foreste vengono distrutte, non solo gli animali selvatici vengono messi in pericolo e gli ecosistemi indeboliti, ma anche gli esseri umani vengono esposti ad agenti infettivi sconosciuti che possono minacciare le loro vite".

Qui di seguito una traduzione dell'interessante articolo di John Vidal.

 

La distruzione degli ecosistemi non è soltanto una pessima notizia per il pianeta, ma è anche pericolosa per la salute degli esseri umani. L’emergenza della pandemia da Covid-19 nel 2020 è solo una delle manifestazioni della proliferazione delle zoonosi – malattie trasmesse dagli animali agli esseri umani.

 

Nel 1997 mi sono recato nel Borneo per indagare sugli incendi che si erano scatenati per mesi in maniera incontrollata su una vasta area di foresta tropicale incontaminata. Un intenso evento di El Niño aveva causato una profonda siccità, e una densa foschia gialla era calata su gran parte dell’Indonesia, della Malesia e oltre.

 

Il danno ecologico e umano era enorme. Alcune delle foreste più indisturbate e ricche di natura sulla Terra stavano bruciando e migliaia di specie di piante, uccelli e animali rari come l’orangotango erano a rischio. La luce del sole era tenue, le temperature si erano abbassate, gli alberi non stavano fiorendo, il raccolto a malapena cresceva, e milioni di persone erano affette da gravi malattie respiratorie.

 

Trascorsi mesi da quando le piogge monsoniche avevano finalmente spento gli incendi, una malattia misteriosa e mortale si era diffusa a centinaia di miglia di distanza – vicino a una città chiamata Sungai Nipah, a ovest di Kuala Lumpur, Malesia. Qui, decine di migliaia di maiali venivano allevati tra coltivazioni di mango commerciale e frutteti di durian. Senza alcuna ragione plausibile, prima i maiali e poi molti esseri umani furono colpiti da attacchi apoplettici ed emicranie. Per fermare la nuova e altamente infettiva malattia che si stava diffondendo, quasi un milione di maiali dovettero essere abbattuti,  ma non prima che morissero 105 persone.

 

Ci sono voluti sei anni perché gli ecologisti delle malattie associassero la distruzione della foresta in Borneo alla malattia negli allevamenti malesi di maiali. Ciò che era successo, è emerso nel 2004, era che alcune specie di pipistrelli della frutta, che normalmente si nutrivano di fiori e frutta nelle foreste del Borneo, erano stati costretti dagli incendi del 1997 a cercare nuove fonti di cibo.

 

I pipistrelli come serbatoio di virus

 

Alcuni di questi pipistrelli erano giunti a Sungai Nipah, dove erano stati osservati mentre si appollaiavano sugli alberi e facevano cadere pezzi di frutta mezzi mangiati nei numerosi porcili sottostanti. I pipistrelli sono un rinomato serbatoio di molti virus e – così come sono stati ricollegati all’emergenza di malattie mortali come l’Ebola e il Marburg in Africa – gli scienziati hanno scoperto che i pipistrelli che erano arrivati in Malesia avevano portato il virus Nipah, che avevano trasmesso ai maiali attraverso la frutta e la loro urina.

 

Nipah è solo una delle numerose centinaia di malattie trasmesse dagli animali, o zoonotiche, che sono passate dagli animali agli esseri umani negli ultimi 50 anni e si stima che molte malattie siano passate dagli animali all’uomo come diretta conseguenza della devastazione umana della natura, che ora vede un milione di specie a rischio di estinzione.

 

“Più distruggiamo la natura, più è probabile che vedremo emergere altre malattie temibili come il Covid-19”, dice Kate Jones, professoressa di ecologia e biodiversità alla University College London (UCL). La coincidenza delle nuove malattie con la distruzione della biodiversità è altamente significativa, secondo lei.

 

Si tratta di alcune delle malattie più letali che abbiano mai colpito gli esseri umani - come l’HIV, l’Ebola, la febbre di Lassa, il Marburg e il virus schiumoso di Simian, che hanno avuto origine in Africa; il virus Nipah nel Sud-est Asiatico; la malattia di Chagas, il virus Machupo e l’hantavirus in America Latina; l’Hendra in Australia; la Sindrome Respiratoria mediorientale (MERS) in Arabia Saudita; la sindrome respiratoria acuta grave (SARS) e la malattia da coronavirus (Covid-19) in Cina.

 

Alcune, come l’Ebola, sono state associate alla deforestazione; altre, come la malattia di Lyme, si manifestano dove le aree suburbane si sviluppano su zone recentemente disboscate. Si ritiene che molte altre siano state causate dalla caccia, o che siano associate al mercato della flora e della fauna selvatica e all’allevamento intensivo degli animali.

 

Deforestazione su vasta scala

 

“La perdita di biodiversità sta diventando un elemento chiave nella comparsa di alcuni di questi virus. La deforestazione su vasta scala, il degrado e la frammentazione degli habitat, l’intensificazione dell’agricoltura, il sistema alimentare, il commercio di specie e di piante, il cambiamento climatico antropogenico – tutti questi sono fattori chiave della perdita di biodiversità, nonché di nuove malattie. Due terzi delle infezioni e delle malattie che stanno emergendo ora provengono dalla fauna selvatica”, dice Jones.

 

“La causa non è data dalla perdita o dalla riduzione della biodiversità. Sono le interazioni tra gli esseri umani e la biodiversità,”, insiste Sean O’Brien, presidente e CEO di Nature-Serve, una non-profit con sede negli Stati Uniti, i cui scienziati sono al lavoro con organizzazioni globali per la conservazione.

 

L’agricoltura intensiva,  specialmente l’abbattimento delle foreste per estendere le coltivazioni, può aumentare la frequenza dei contatti tra gli esseri umani e la natura ed esporci a malattie mai conosciute prima dall'uomo, spiega O’Brien. “Stiamo facilitando l’incontro tra una fauna selvatica che mai sarebbe entrata spontaneamente in contatto, creando collegamenti inusuali in una catena che può consentire a una malattia di passare da una specie animale agli esseri umani per il tramite di altre specie, anche se questo morbo potrebbe non essere in grado di arrivare a noi in maniera immediata.”

 

Ecosistemi stravolti

 

“I patogeni circolano negli animali selvatici e alcuni hanno il potenziale di essere trasmessi agli umani, ma questo, in ecosistemi naturali e incontaminati, succede raramente. Ma quando le persone danneggiano o distruggono gli habitat naturali, la comunità animale cambia drasticamente”, dice Richard Ostfeld, Senior Scientist al Cary Institute of Ecosystem Studies di Millbrook, New York, che studia come malattie come la malattia di Lyme compaiano in luoghi degradati.

 

“Alcuni dei più importanti ospiti zoonotici – i roditori, e a volte, i pipistrelli – spesso aumentano di numero quando i loro predatori e i loro avversari vengono allontanati. La perdita di biodiversità fa aumentare la frequenza di contatto tra roditori o pipistrelli e persone, incrementando così la minaccia di malattie infettive”, dice Ostfeld.

 

Carlos Zambrana-Torrelio, Vice Presidente Associato per la Conservazione e la Salute all’EcoHealth Alliance e ricercatore al Bolivian National Herbarium, lavora sul legame tra biodiversità e agire umano con la Convenzione delle Nazioni Unite sulla Diversità Biologica (CBD).

 

“L’attuale pandemia da Covid-19 non è il primo caso in cui abbiamo visto che queste epidemie e pandemie provengono dalla fauna selvatica e causano tassi altissimi di mortalità. L’HIV è passata dai primati agli umani, le febbri emorragiche come l’hantavirus o il virus Machupo in Bolivia sono passate dai roditori agli umani”, puntualizza.

 

Più specie, meno malattie

 

E’ complicato stabilire se la perdita di biodiversità aumenti il numero di malattie che vengono trasmesse agli esseri umani o lo riduca. A rigore di logica, più ricca è la biodiversità, maggiore sarà il numero dei patogeni e dei virus che circoleranno negli animali e che avranno, quindi, maggiore probabilità di essere trasmessi agli esseri umani. Tuttavia, molti studi dimostrano che maggiore è il numero delle specie, minori sono le malattie – e che una ricca biodiversità agisce a tutela delle specie che si evolvono insieme. È solo quando un sistema naturale viene turbato che virus come il coronavirus o l’Ebola vengono trasmessi.

 

Felicia Keesing, un’ecologista delle malattie al Bard College di Annandale, New York, ha studiato dodici malattie, incluse la febbre West Nile e la malattia di Lyme, in ecosistemi in tutto il mondo. In ogni studio, ha constatato che le malattie diventano più frequenti in caso di perdita della biodiversità.

 

Specie che vengono ammassate insieme in habitat a scarsa biodiversità possono anche diffondere malattie emergenti, dice Eric Fèvre, Chair di Veterinary Infective Diseases dell’Università di Liverpool nel Regno Unito. “Gli animali di allevamento sono spesso il prodotto finale di una perdita di biodiversità. Quando selezioniamo le mucche, i polli o i maiali migliori, creiamo una popolazione di animali che spesso vive in condizioni intensive, ma in cui la genetica è molto simile. Ciò crea rischi per la comparsa delle malattie, perché se queste ampie popolazioni geneticamente uniformi sono vulnerabili, le malattie possono diffondersi molto velocemente,” spiega.

 

L’esperto è appoggiato da Christine Kreuder Johnson, che guida l’EpiCenter for Disease Dynamics del One Health Institute alla School of Veterinary Medicine, Università della California, Davis. In un nuovo studio quadriennale dimostra come siano gli animali di cui l’uomo va a caccia, e di cui distrugge l’habitat, quelli con il maggior numero di virus pericolosi per gli esseri umani.

 

“La conseguenza è che stanno condividendo i loro virus con noi. Le azioni intraprese dagli esseri umani simultaneamente minacciano la sopravvivenza delle specie e aumentano il rischio di diffusione. In una sfortunata convergenza di molti fattori, ciò provoca il tipo di disastro in cui ci troviamo adesso”, dice Johnson.

 

Abbattendo le barriere naturali tra le specie e distruggendo la biodiversità, argomenta, abbiamo aperto la porta non soltanto al Covid-19, ma potenzialmente a molti altri virus e patogeni.

 

1/10/2021