La Conferenza di Napoli sul Patrimonio UNESCO nel XXI secolo – Seconda edizione, Napoli, 4-6 giugno 2025

Si è tenuta a Napoli dal 4 al 6 giugno scorsi la seconda edizione della Conferenza UNESCO sul Patrimonio nel XXI secolo, dedicata alla discussione del Patrimonio UNESCO – mondiale e immateriale, tangibile e intangibile – ai nostri tempi, a partire dalle opinioni di esperti provenienti da tutto il mondo e alla presenza di rappresentanti dell’UNESCO e delle istituzioni internazionali. Come sottolineato dalla Direttrice Generale dell’UNESCO Audrey Azoulay nel suo discorso d’apertura, la Conferenza ha esplorato le proprietà e le caratteristiche del concetto di patrimonio oggi attraverso esempi concreti che illustrano le sfide attuali, sullo sfondo di una città come Napoli, non soltanto esempio eccezionale di coesistenza di siti monumentali e di una comunità viva e caratteristica, ma anche, come ricordato dal Ministro della Cultura Alessandro Giuli, espressione millenaria di uno spirito di apertura, ospitalità e di convivenza pacifica tra uomini, donne e culture distanti.

Questa seconda Conferenza di Napoli del 2025 si è presentata innanzitutto come la naturale erede della prima Conferenza sul Patrimonio svoltasi a Napoli nel 2023, nonché come il punto di partenza per edizioni future, che faranno di quest’incontro una piattaforma stabile per la discussione del Patrimonio oggi. Nel 2023, i partecipanti avevano redatto una Call for Actions finale che metteva in evidenza le priorità riguardanti il Patrimonio UNESCO nel nostro secolo, e in particolare: la salvaguardia di entrambi i Patrimoni, Mondiale e Immateriale, attraverso un approccio olistico (che tenti cioè di rafforzare ulteriormente le sinergie tra queste tipologie di beni culturali); la centralità della comunità non solo nel processo d’iscrizione alle Liste dei Patrimoni, ma anche e soprattutto nella gestione degli elementi una volta iscritti, a fronte dei problemi posti da fenomeni come il turismo di massa e il cambiamento climatico; e infine l’ampliamento delle Liste, con lo scopo di accogliere un maggior numero di elementi dai Paesi meno rappresentati, anche con l’assistenza di team di esperti provenienti dai Paesi con più iscrizioni. Tutti questi temi sono stati al centro del dibattito anche in questa seconda edizione, aggiornati e arricchiti da nuovi spunti di analisi. In particolare, un grande rilievo è stato dedicato, nell’ordine, alle sinergie e connessioni tra le due Convenzioni, alla definizione delle comunità e al loro ruolo, e all’utilizzo delle nuove tecnologie, quali l’intelligenza artificiale.

Come ha sottolineato il Direttore del Programma del Patrimonio Mondiale, Lazare Elondou Assomo, in uno dei suoi interventi alla Conferenza, “interconnessione” è stata una delle parole chiave di tutte le sessioni di dialogo: interconnessione anzitutto tra i due Patrimoni, che rappresentano i due aspetti diversi ma inscindibili dello stesso fenomeno, ossia l’espressione culturale in senso lato della vita di una comunità, sia essa globale (come nel caso del Patrimonio Mondiale) o locale (come per il Patrimonio Immateriale). Nel 2024 questo profondo legame ha ottenuto un riconoscimento anche formale: come rilevato durante la Conferenza, l’ICOMOS (il Consiglio Internazionale dei Monumenti e dei Siti) ha infatti approvato e adottato la Carta e Linee Guida Internazionale sui Siti con Patrimonio Culturale Immateriale. Che la principale associazione internazionale non governativa a tutela dei siti e dei musei riconosca ufficialmente l’importanza del fattore immateriale rappresenta un notevole passo avanti per lo sviluppo di ulteriori collaborazioni anche tra le due Convenzioni UNESCO sul Patrimonio. Una compresenza dei due elementi che riguarda beni culturali anche molto lontani tra loro: tra quelli recenti presi a modello durante la Conferenza, si può citare l’esempio del Paesaggio Culturale della Coltivazione del Caffè in Colombia, in cui comunità e sito paesaggistico sono chiaramente inseparabili, oppure quello del Centro Storico di Aleppo, danneggiato dalle guerre in Siria, la cui ricostruzione non può non tenere conto delle esigenze della comunità locale, che deve tornare a popolare un luogo sì storico, ma anche vivibile, soprattutto per le giovani generazioni.

Questa sempre più evidente connessione tra i due Patrimoni porta alla ribalta un fattore fondamentale: la comunità, che è stata l’altra grande protagonista di questa edizione della Conferenza. È già dal 2007 che essa si è guadagnata l’onore di figurare come “quinta C” oltre alle altre quattro su cui si fonda la Convenzione del 1972 (Credibility, Conservation, Capacity-Building e Communication). Si tratta tuttavia di un concetto di difficile definizione, e che è stato infatti lasciato indefinito anche nel testo della Convenzione del 2003 sulla Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale. Oggi, i partecipanti alla Conferenza si sono detti d’accordo sulla necessità di cercare di circoscrivere meglio questa nozione. “Se non sappiamo cos’è una comunità, come facciamo a coinvolgerla veramente?” ha chiesto un esperto dal Marocco. Nella Conferenza, d’altronde, si è visto come l’idea occidentale di comunità, intesa come insieme di persone legate da un sistema culturale comune, non si applichi perfettamente ovunque, soprattutto nei Paesi del cosiddetto Sud Globale. Tra i siti discussi, quello del Parco del Kalahari in Sudafrica e Botswana, in cui gli animali sono parte integrante della comunità agli occhi delle stesse popolazioni indigene che abitano il Parco; oppure il caso (per la prospettiva occidentale forse percepibile come estremo) dell’isola sudafricana di Robben Island, in cui venne recluso Nelson Mandela, e dalla cui comunità di riferimento, secondo i locali, non possono essere disgiunti gli spiriti dei detenuti morti e sepolti in quella prigione – con conseguenze pratiche rilevanti per i rapporti tra la gestione del sito e la popolazione locale. Ma anche tra i Paesi del Nord del mondo le nozioni di comunità e delle sue pratiche identitarie possono talvolta coincidere solo in parte con quelle formalmente riconosciute dall’UNESCO: nel caso degli inuit della Groenlandia, la pesca e la caccia tradizionali (che potrebbero apparire inaccettabili agli occhi occidentali a causa della violenza esercitata sugli animali nell’ambito di queste pratiche) rappresentano non soltanto un patrimonio comunitario, ma la sopravvivenza stessa della popolazione. Le comunità e il loro patrimonio, dunque, devono essere ulteriormente coinvolti e compresi dall’UNESCO: come ha suggerito un esperto del Ruanda, le comunità “non vogliono vedere i risultati: vogliono esserne parte” e “non vogliono essere proprietarie di qualcosa che non riescono a comprendere”.

Questa discrepanza tra il concetto di comunità come evocato dalla Convenzione del 2003 e l’autorappresentazione da parte delle comunità stesse è sfociata talora in episodi di confronto anche acceso tra le comunità e gli esperti in merito alla gestione dei siti, come in un caso registrato nel Paesaggio Culturale dei ǂKhomani, in Sudafrica, in cui una delle guide indigene del Parco ha chiesto di essere seppellito nel sito, come da usanza tradizionale, in contrasto però con la normativa attuale di gestione dell’area. Alla fine della negoziazione, i riti ancestrali della comunità hanno avuto la precedenza, a testimonianza – come sostenuto anche dagli esperti del pubblico – che anche le best practices sono relative e devono essere adattate ai bisogni delle comunità. Ma la Conferenza ha portato alla luce anche molti esempi virtuosi e recenti di collaborazione tra esperti e comunità, come nel caso della città di Levuka nelle isole Fiji, un sito iscritto nel 2019 alla Lista del Patrimonio Mondiale per i suoi meriti monumentali, ma il cui passato coloniale causava un senso di straniamento in seno alla stessa comunità locale. In questo contesto, i numerosi incontri con gli esperti dell’UNESCO, culminati in una vera e propria cerimonia rituale di rappacificamento, sono riusciti ad annodare di nuovo il legame spezzato tra sito e popolazione. Oppure, nel caso delle Blue and John Crow Mountains in Giamaica, l’intervento dell’UNESCO è riuscito a far riconoscere i Maroons – i discendenti degli ex schiavi fuggitivi che per secoli si sono rifugiati nell’area– come i legittimi custodi del Parco. In alcune circostanze, invece, sono stati gli esperti UNESCO ad apprendere importanti lezioni dalle popolazioni locali, come nel caso del Kyrgyzstan, in cui nuovi siti di importanti petroglifi, prima sconosciuti, sono stati portati all’attenzione dell’UNESCO proprio dalle remote comunità della zona. Si tratta di azioni partecipate che l’UNESCO considera sempre più significative, e un cui esempio particolarmente apprezzabile viene proprio da Napoli, che con il programma “Napoli Ascolta” avviato dal Comune ha proposto una serie di iniziative per permettere alla comunità cittadina di informarsi sul patrimonio UNESCO della città, di interloquire con gli esperti tramite conferenze e seminari pubblici, e di prendere parte ai processi decisionali relativi ai siti e agli elementi dei due patrimoni, anche attraverso la consultazione di una piattaforma online.

In alcuni casi recenti, la collaborazione tra l’UNESCO e le comunità attraverso i principali strumenti di tutela offerti dall’organizzazione, ossia le Liste, ha portato a salvare i siti e le tradizioni dalla devastazione e dall’oblio, come avvenuto per esempio con Timbuctu, in Mali, in cui il passaggio dell’elemento dalla Lista del Patrimonio Mondiale alla Lista del Patrimonio Mondiale in Pericolo ha mobilitato la comunità e ha portato non solo alla ricostruzione del sito, avvenuta grazie alle conoscenze tradizionali delle comunità indigene, ma anche a una collaborazione con l’UNESCO nell’ambito giudiziario per perseguire gli autori della devastazione. Qualcosa di simile è avvenuto anche nell’ambito del Patrimonio Immateriale, nel caso del canto tradizionale Xoan in Vietnam, passato dalla Lista del Patrimonio che Necessita di Urgente Tutela di nuovo alla Lista Rappresentativa grazie al forte impegno della comunità locale, che ha revitalizzato la pratica sulla linea delle indicazioni UNESCO. Ma ci sono altri casi in cui l’azione dell’UNESCO è ancora in corso e deve essere decisiva, come con le minacce provenienti dal cambiamento climatico. Un esempio lampante è quello di Tuvalu, il piccolo Stato del Pacifico che rischia di essere sommerso nell’arco di un venticinquennio a causa dell’innalzamento del livello dei mari. Si tratta, come ha evidenziato la delegata di quel Paese, di uno Stato che non possiede dei siti materiali, ma vanta un vasto repertorio di tradizioni, usi ed espressioni artistiche incarnate nella vita quotidiana della popolazione: nelle sue parole, “le persone sono i nostri musei viventi”. Oggi questi musei rischiano di scomparire in caso di dispersione forzata della comunità. Per salvare questo patrimonio è necessaria non solo una mobilitazione istituzionale, ma anche la promozione dell’intervento delle nuove generazioni e dell’utilizzo trasversale di ogni mezzo a disposizione, come per esempio la tecnologia, che consente non solo di intervenire sul territorio, ma anche di registrare e di preservare il patrimonio di tradizioni e conoscenze trasmesso dagli anziani della collettività.

Alla tecnologia e al suo ambivalente ruolo nella società contemporanea sono state dedicate alcune delle considerazioni conclusive della conferenza, con una particolare attenzione all’intelligenza artificiale. Per quanto oggi si riconosca l’importanza di questo strumento per molti progetti culturali dell’UNESCO, come per esempio per la ricostruzione dei siti danneggiati (si pensi a Mosul in Iraq) o per la salvaguardia di lingue minoritarie a rischio di estinzione, non è possibile ignorare la deregolamentazione presente in questo settore economico, che ha portato allo sviluppo di un business miliardario, né neutro né democratico. Durante la Conferenza è stato duramente criticato il controllo esercitato dalle cosiddette big tech sui nostri dati, che porta le grandi aziende a decidere per gli utenti a quali contenuti è possibile accedere tramite l’intelligenza artificiale, conducendo così a un vero e proprio “neocolonialismo digitale”, contro cui l’UNESCO è stata tra prime organizzazioni a prendere ufficialmente posizione con la sua Raccomandazione sull’uso etico dell’AI del 2021. La risposta a queste minacce può, ancora una volta, venire dal patrimonio. Esso ci tramanda pratiche ancestrali per vivere in armonia con la natura e con le altre popolazioni, e può essere ancora una volta la nostra guida per trasformare fattori di squilibrio (come anche l’intelligenza artificiale) in strumenti preziosi per il miglioramento della società. Il Patrimonio crea comunità che possono sostenersi e cooperare per vincere le sfide del presente. Questo principio è stato dimostrato durante la stessa Conferenza, quando la delegata di Tuvalu ha concluso il suo intervento con un canto tradizionale del suo Paese – seguita poi anche dagli altri relatori della sessione, che hanno intonato anche loro delle canzoni della loro terra, tra cui la nostra O’ Sole Mio. Un simile momento di condivisione culturale ha mostrato la capacità del patrimonio di intrecciare legami profondi – una capacità che a detta dei partecipanti si respirava anche nelle strade di Napoli, durante gli itinerari organizzati nella città, dove giovani volontari locali spiegavano ai partecipanti la storia dei siti della città declamando poesie e canzoni ispirate a quei monumenti. Si tratta proprio di quella mobilitazione delle giovani generazioni che è in grado di materializzare davanti a noi il concetto di “patrimonio vivente” e salvarlo dalla dispersione, secondo l’auspicio dell’UNESCO e l’esempio dato dalle comunità che hanno iscritto gli elementi. Come ha detto in conclusione la delegata di Tuvalu: “Camminando per Napoli mi sono resa conto che quello non era solo il patrimonio di Napoli o italiano– era anche il mio patrimonio, il patrimonio di tutti” – parole di comunità, accoglienza e pace che ben rappresentano lo spirito dell’UNESCO.