Lo Spirito di Napoli è la dichiarazione conclusiva dei lavori della Conferenza internazionale che si è svolta nella città partenopea nel novembre del 2023 per riflettere sul futuro delle Convenzioni UNESCO sulla Protezione del Patrimonio Mondiale Culturale e Naturale del 1972 e sulla Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale del 2003, in occasione dei rispettivi 50° e 20° anniversario.
Primo grande evento dopo MONDIACULT 2022, la Conferenza dell’UNESCO su politiche culturali e sviluppo sostenibile che ha sottolineato come la cultura sia un bene pubblico globale, avanzando la richiesta di includerla come obiettivo specifico di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, il meeting di Napoli è nato con il proposito di celebrare il patrimonio nelle sue diverse forme, promuovendone il potenziale come motore di sviluppo sostenibile, pace e stabilità. L’evento ha segnato anche l’avvio di una riflessione a livello globale su una protezione più integrata dei Patrimoni materiali e immateriali tutelati dall’UNESCO e sulle misure per affrontare le sfide poste da fenomeni globali come l’urbanizzazione, il turismo di massa, la crisi climatica e i conflitti.
Organizzata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, dal Ministero della Cultura e dall’UNESCO, con il contributo del Comune di Napoli, la conferenza ha visto la partecipazione di numerosi esperti: esponenti del mondo culturale, gestori dei siti, rappresentanti delle comunità e delle popolazioni indigene. Partendo da un approccio innovativo al patrimonio che considera le strette relazioni tra natura, cultura, sia materiale che immateriale, e creatività, sono stati esplorati i temi di più stringente attualità in seno all’UNESCO.
In primo luogo, la necessità di promuovere un approccio olistico al patrimonio culturale, esplorando le possibili sinergie e complementarietà delle convenzioni del 1972 e del 2003. I risultati ormai pluridecennali delle due Convenzioni manifestano in tutta la loro evidenza le aree di sovrapposizione tra il Patrimonio Mondiale ed il Patrimonio Immateriale e impongono con urgenza una riflessione sulla loro armonizzazione, ai fini del superamento di ciò che a tutti gli effetti appare come una dicotomia. Mentre infatti i criteri di iscrizione alla Lista del Patrimonio Mondiale contengono elementi di immaterialità (si pensi ai criteri iii e vi), anche gli elementi del Patrimonio Immateriale sono inscindibili dalla tangibilità che sta alla base di tradizioni e pratiche culturali. Insomma, la divisione manichea tra le due Convenzioni mostra tutti i suoi limiti e sollecita una riflessione sui modi del suo superamento. D’altra parte l’introduzione di categorie di beni come i paesaggi culturali o i siti della memoria, che mettono in evidenza l’elemento diacronico e storico e la stretta interrelazione tra i luoghi e chi li abita, sono testimonianza di questa tendenza. Le comunità, inoltre, non percepiscono la divisione tra tangibile e intangibile, ma guardano al patrimonio in maniera olistica, come ciò che nella sua interezza riguarda la loro identità e diversità culturale. Le azioni di salvaguardia di questo patrimonio devono inserirsi in maniera armonica nella quotidianità delle comunità, attraverso una comunicazione immediata e comprensibile. Spesso infatti il gergo tecnico è estraneo alle comunità: da qui la necessità di trovare un linguaggio comune tra esperti e comunità. Occorre dunque porre al centro delle politiche culturali le comunità, proporre sistematiche opportunità per trasmettere il patrimonio alle future generazioni, dando loro la possibilità di conoscerlo e comprenderne l’importanza nella vita quotidiana. Per facilitare le sinergie tra le Convenzioni, occorre inoltre creare progetti e modalità d’implementazione e di monitoraggio comuni, a livello locale e globale.
Promuovere lo sviluppo delle comunità attraverso la salvaguardia del patrimonio è uno degli obiettivi strategici e prioritari nell’azione dell’UNESCO, indissolubilmente legato al benessere delle stesse: impossibile pensare al patrimonio culturale senza pensare alle comunità, alle loro specifiche ed uniche caratteristiche, ai diritti di cui esse sono portatrici. Tra questi diritti c’è quello al patrimonio, spesso violato da politiche di protezione che hanno finito per creare “isole di conservazione”, separando le persone dai loro beni, tangibili e intangibili. Per scongiurare questo pericolo occorrono programmi e accordi duraturi, ma bisogna agire anche sul versante educativo, con interventi di capacity building, in modo da costruire fiducia e consenso nei confronti delle politiche di protezione.
L’intervento delle comunità locali nei processi decisionali, secondo un approccio bottom-up che valorizzi i sistemi di conoscenze di cui le stesse sono portatrici, permetterà inoltre di colmare il divario tra cultura e natura così come le culture autoctone ci propongono, poiché esse hanno maturato questa capacità tramite un’esperienza di secoli.
Altro tema chiave affrontato durante i lavori della Conferenza riguarda gli attuali criteri per l’iscrizione di siti ed elementi e i sempre maggiori appelli per una equa e bilanciata rappresentatività nelle Liste, che richiedono urgenti interventi di capacity building e di supporto alla stesura dei dossier delle regioni sottorappresentate. A titolo d’esempio, dei 1223 siti iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale 573, pari al 46,8%, appartengono alla regione Europa e Nord America (dati aggiornati all’agosto 2024).
Lo squilibrio nella rappresentatività della Lista, che rischia di essere immagine della sola civiltà occidentale, è stato al centro di un lungo dibattito che ha portato nel 1994 al lancio della Strategia Globale per una Lista più rappresentativa, equa e credibile, ma ha improntato anche importanti iniziative dell’UNESCO, come le Convenzioni sulla Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale del 2003, nata con l’intento di garantire la tutela dell’UNESCO a quei paesi il cui patrimonio culturale non è esclusivamente monumentale, quella sulla Protezione e la Promozione della Diversità delle espressioni culturali del 2005, pensata per estendere il concetto di patrimonio, e dunque di protezione, a ogni aspetto della creatività umana, quale risposta delle specifiche comunità ai bisogni universali. Di questa esigenza, ancora attuale e non più rimandabile, si ritrova eco anche nelle nuove procedure d’iscrizione alla Lista, adottate nel 2021, che rendono obbligatoria la fase della valutazione preliminare, sia nell’ottica di rendere più snello il processo ed evitare uno spreco di risorse, che di promuovere il dialogo tra le comunità e gli Organi valutativi dell’UNESCO, fornendo un supporto nella preparazione dei dossier a quei paesi meno strutturati a livello di expertise e dunque meno presenti nella Lista del Patrimonio Mondiale.
Tra le sfide che il patrimonio si trova ad affrontare nel XXI secolo, come l’attualità tristemente dimostra, c’è la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato. È innegabile che la cultura mitiga i conflitti e riavvicina le persone in tempo di guerra, ricreando legami sui quali rifondare le comunità in periodi post bellici, come testimoniano le numerose iniziative dell’UNESCO per la ricostruzione del tessuto sociale anche attraverso la salvaguardia del patrimonio, tra cui quella, emblematica, di Mosul in Iraq. Per fronteggiare questo tipo di crisi occorre un’adeguata preparazione attraverso la creazione di inventari, in modo che la documentazione del patrimonio, anche attraverso l’utilizzo delle possibilità offerte dal digitale, contribuisca alla salvaguardia dello stesso. Altro strumento di prevenzione è l’educazione: la conoscenza del proprio patrimonio culturale rafforza il sentimento identitario, non come elemento di esclusione, ma come fattore di scambio e di dialogo. Questi interventi risultano utili anche per fronteggiare la crisi che riguarda l’impatto climatico sul Patrimonio Mondiale. A questo proposito la Dichiarazione di Napoli afferma testualmente la necessità di “risposte innovative, basate sulle comunità e fondate sulla cultura alle sfide che i siti si trovano ad affrontare, come i rischi di calamità e di perdita della biodiversità, al fine di salvaguardare le pratiche di adattamento e di mitigazione e il know-how indigeno e locale”.
Lo “Spirito di Napoli” affronta anche il fenomeno del turismo di massa che, portato alle sue estreme conseguenze, può allontanare le comunità locali dal patrimonio senza creare un vero e proprio ritorno per le stesse, causando inoltre seri problemi di tutela. È necessario cercare di ridefinire il paradigma tra turismo e sviluppo, orientandolo verso la sostenibilità. Tra le azioni possibili, campagne di sensibilizzazione ed educazione dell’utenza, politiche di tariffazione per un accesso bilanciato, l’utilizzo della tecnologia digitale per ovviare all’overtourism e garantire l’accesso globale al patrimonio, alleggerendo la pressione sui siti e garantendo opportunità diverse di fruizione, complementari o alternative alla visita tradizionale. Fondamentale poi l’armonizzazione del turismo con le necessità della comunità, sia per quanto riguarda il bilanciamento delle spesso divergenti esigenze dei turisti con quelle dei residenti, sia per quanto riguarda i percorsi di visita, che devono essere pensati per diverse tipologie di utenza, garantendo così una piena accessibilità. Il turismo, in definitiva, deve tornare a essere un’opportunità di sviluppo sostenibile e uno strumento di conoscenza per tutti i visitatori, inclusi i residenti, troppo spesso penalizzati dagli eccessivi flussi.
I temi fin qui trattati assumono particolare valenza nei contesti urbani, nei quali è particolarmente evidente la necessità di un approccio olistico alla gestione delle città, poiché più di altri esse manifestano la stretta connessione tra il patrimonio vivente e lo sviluppo sostenibile. In esse infatti è maggiormente stringente il rapporto tra patrimonio e coesione sociale e manifesto il suo contribuito alla pianificazione e alla rigenerazione urbana. Effettivamente, gli interventi sul patrimonio nei centri storici urbani (sui quali si possono ricavare stimoli interessanti nella Raccomandazione UNESCO sul Paesaggio Storico Urbano del 2011), devono essere realizzati a misura della comunità, con particolare riguardo agli spazi per i giovani. A tali principi si è ispirata la significativa rigenerazione urbana di Napoli, basata sui fondamentali legami tra le comunità locali e il loro patrimonio culturale, naturale e vivente.








