L’UNESCO e le politiche a sostegno del settore museale: la “Raccomandazione riguardante La Protezione e la Promozione dei musei e delle collezioni, la loro diversità e il loro ruolo nella società”

I musei sono allo stesso tempo luoghi della memoria collettiva, depositari di collezioni che conservano e tramandano il patrimonio alle generazioni future, nonché spazi di ricerca, esposizione e comunicazione, di condivisione e scambio. Divenuti parte integrante della società, svolgono un ruolo fondamentale nel migliorare la qualità della vita della comunità, l’attrattiva dei territori, ma anche nel sostenere l’inclusione e la coesione sociale, contribuendo al benessere intellettuale, emotivo e spirituale delle persone.

Quali elementi imprescindibili per la realizzazione della missione dell’UNESCO, i musei sono stati al centro di una riflessione collettiva nell’Organizzazione, che si è concretizzata nella Raccomandazione riguardante la Protezione e la Promozione dei musei e delle collezioni, la loro diversità e il loro ruolo nella società, uno strumento normativo adottato il 17 novembre 2015.

Già nel 1960 gli Stati membri dell’UNESCO avevano approvato il primo quadro normativo internazionale specificamente dedicato ai musei, la Raccomandazione riguardante i mezzi più efficaci per rendere i musei accessibili a tutti, impegnandosi in questo modo a promuoverne le attività, a riconoscerne il ruolo all’interno delle comunità e a supportare la professionalità degli operatori museali. Tale Raccomandazione si basava su un concetto innovativo per il tempo: un approccio democratico e inclusivo al tema dell’accesso alla cultura e ai musei.

Da allora le istituzioni museali sono state protagoniste di un processo che le ha portate ad assumere nuove funzioni sociali, educative ed economiche, intercettando le mutate esigenze di nuovi pubblici e contribuendo in modo sempre più marcato allo sviluppo sostenibile. Nello stesso tempo, si è assistito a una ridefinizione dei contenuti: accanto ai tradizionali musei di arti figurative, archeologici, scientifici o etnografici, l’offerta museale si è andata diversificando, coprendo i campi più disparati e legandosi in maniera sempre più evidente all’entertainment, inteso come strumento strategico per coinvolgere i potenziali visitatori attraverso esperienze ispirate alla collezione e pensate per coinvolgere ed educare alla cultura attraverso partecipazione, divertimento e socializzazione.

Il primo “anti-museo” europeo è stato il Centre Georges Pompidou (Beaubourg), inaugurato nel 1977 a Parigi, che, in linea con la museologia americana, si presentava come una struttura per le arti visive moderne e contemporanee e per il design, ma anche come biblioteca e come punto di riferimento per l’Arte elettronica e multimediale; “Anti-museo” è anche il Museo dell’Innocenza di Istanbul, che proponendosi come “estensione” della finzione letteraria, finisce per fornire un potente affresco della società turca degli anni ’70 e ’80 del Novecento, solo per citare alcuni esempi.

L’attenzione si è spostata dunque dal valore estetico-antiquario delle collezioni al significato e alla storia che l’opera o il reperto raccontano. Oltre all’apprezzamento  delle collezioni, sempre più conta il valore esperienziale della visita. Non è un caso che alcune delle mostre più visitate degli ultimi anni (come quelle su Van Gogh o sugli Impressionisti), non fossero incentrate sull’esposizione del pezzo originale e unico, ma sull’immersività in un mondo, quello dell’artista, che viene spiegato con strumenti non tradizionali, realizzati grazie alle nuove tecnologie, e sottolineato da altre forme di comunicazione, come la musica. Cambia anche il rapporto fisico-spaziale del visitatore con l’opera, finisce la gerarchia tra arte e individuo. L’opera esce definitivamente dalla teca, dialogando con la fisicità del visitatore, che in essa è immerso, e sollecitando un approccio emozionale all’arte.

A queste nuove esigenze cerca di dare risposta la Raccomandazione, che è d’altra parte frutto della stessa evoluzione del concetto di bene culturale che ha portato all’adozione della Convenzione per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale del 2003, e quella sulla Protezione e Promozione della Diversità  delle Espressioni Culturali del 2005.  In linea con la volontà dell’UNESCO di dare visibilità al patrimonio culturale di matrice non europea (come emerso anche nell’ambito della Lista del Patrimonio Mondiale), la Raccomandazione definisce il patrimonio culturale come “un insieme di valori materiali e immateriali, e le espressioni che le popolazioni selezionano e identificano, in modo indipendente dalla loro proprietà, come riflesso ed espressione delle loro identità, credenze, conoscenze e tradizioni, e di ambienti viventi, meritevoli di tutela e valorizzazione da parte delle generazioni contemporanee e da trasmettere alle generazioni future”. Data la ridefinizione del concetto di bene culturale, la funzione del museo si è andata ampliando nel corso del tempo, includendo le testimonianze immateriali, divenendo luogo di scambio interculturale, di educazione alla cittadinanza globale, di promozione dello sviluppo sostenibile, attraverso la sinergia con le industrie creative e con il turismo culturale. Il museo è definito come un “non profit, istituzione permanente al servizio della società e del suo sviluppo, aperta al pubblico, che acquisisce, conserva, ricerca, comunica ed espone il patrimonio materiale e immateriale dell’umanità e del suo ambiente ai fini dell’educazione, studio e divertimento”.

Si tratta di un vero e proprio cambio di paradigma, che rafforza la presenza del museo quale catalizzatore delle istanze sociali, oltre che ribadire il tradizionale ruolo della conservazione, pone al centro le comunità, in una visione partecipativa della gestione, conservazione e comunicazione del patrimonio.

Quattro le funzioni primarie del museo definite dalla Raccomandazione: conservazione, ricerca, comunicazione ed educazione.

La conservazione è una funzione primaria che comprende l’acquisizione, la gestione e la protezione da eventuali situazioni emergenziali (anche in caso di conflitto armato, terrorismo, vandalismo e altre emergenze dovute all’uomo o alla natura). I musei sono infatti luoghi identitari, conservano quegli elementi culturali che sono riconosciuti dai popoli come fondamenti dell’appartenenza alla comunità. La loro distruzione mina la coesione sociale, attraverso l’eliminazione dei simboli dell’identità attorno ai quali è costruita la narrazione nazionale. Questo è uno dei motivi per i quali essi divengono bersagli degli attacchi in caso di conflitti armati o crisi politiche (è il caso del conflitto in Ucraina o della distruzione dei simulacri buddisti a Bamiyan, in Afghanistan). A questo proposito corre l’obbligo di citare altri due importanti strumenti normativi UNESCO: la Convenzione per la Protezione dei Siti Culturali in caso di conflitto armato (L’Aia, 1954) e la Convenzione concernente le misure da adottare per interdire e impedire l’illecita importazione, esportazione e trasferimento di proprietà dei beni culturali (1970). La Raccomandazione contiene infatti un forte richiamo all’etica nella creazione o nell’incremento delle collezioni, operazioni che possono sostenere involontariamente il traffico illecito dei beni. La compilazione degli inventari delle collezioni secondo gli standard internazionali e la digitalizzazione delle collezioni sono infatti importanti strumenti per combattere la circolazione illegale dei beni culturali, ma riguardano anche il tema della conservazione in caso di conflitti o calamità causate dalla crisi climatica. Non a caso una delle azioni portate avanti l’UNESCO in seguito allo scoppio del conflitto in Ucraina è stato il salvataggio del patrimonio documentale tramite digitalizzazione, al fine di scongiurare una perdita irreparabile. Da questo punto di vista la Raccomandazione incoraggia i musei ad assumere il ruolo di presidio territoriale per la tutela del patrimonio sul territorio, responsabilità condivisa tra istituzioni e comunità.

Per quanto riguarda la ricerca, altro elemento fondante dell’istituzione museale, essa non ha solo il compito di trasmettere il patrimonio, ma deve assicurare una riflessione sulla storia nel contesto contemporaneo, deve insomma fornire strumenti di conoscenza e interpretazione della realtà. Basti pensare al ruolo imprescindibile che i musei della scienza giocano nella comprensione della crisi ambientale.

La comunicazione diventa nella Raccomandazione un elemento caratterizzante il museo, al pari della conservazione, e che trova la sua principale ragion d’essere nel pubblico, non elemento passivo, ma vero e proprio protagonista dell’azione del museo. Qui si entra nel tema dell’accessibilità, intesa non solo come abbattimento delle barriere architettoniche, ma come diversificazione dell’offerta del museo, come possibilità di fruizione per tutte le tipologie di visitatori, non soltanto in caso di situazione patologiche, ma considerando le variegate esigenze dell’utenza in base a età, provenienza, interessi, abilità fisiche e cognitive, possibilità economiche, per cercare di attirare il visitatore che “normalmente non visita i musei”. Per dare risposta alle esigenze di tutte le tipologie di visitatori diviene prioritario diversificare i linguaggi della comunicazione, anche attraverso l’utilizzo della tecnologia. A tal proposito l’UNESCO ha lanciato nel 2023 un progetto pilota dal titolo Dive into Heritage, per il momento implementato nella sola regione Araba, che raccoglie dati e informazioni digitali sul patrimonio culturale, incluso quello immateriale, per renderlo accessibile a tutti: dai modelli 3D alle mappe interattive, dalle storie geolocalizzate al materiale audiovisivo.

La Raccomandazione, nel riconoscere l’indiscutibile importanza delle nuove tecnologie, allo stesso tempo ne circoscrive l’uso al caso in cui “sono ritenuti necessari per migliorare le loro funzioni primarie” del museo, per evitare situazioni discriminatorie sia a livello individuale che di Stati, laddove manchino le condizioni per garantirne l’accesso a tutti. Il tema dell’utilizzo delle nuove tecnologie in ambito museale è tuttavia molto più ampio e riguarda sia la fruizione – Come la realtà aumentata cambierà la fruizione del patrimonio culturale? – che la produzione, dal momento che la tecnologia non concorre più o solo alla creazione dell’opera, ma diviene esse stessa opera d’arte. Si tratta di un tema molto ampio e oggetto di una recentissima Raccomandazione UNESCO sull’etica dell’Intelligenza Artificiale, il primo strumento normativo che fissa i principi etici dell’IA nel rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

Strettamente connessa a questo tema è la funzione educativa del museo che, in linea con la Raccomandazione, opera non solo nella fascia d’età scolare, ma divenendo strumento di lifelong learning, contribuisce alla promozione sociale, uno degli obiettivi dello sviluppo sostenibile previsti dall’Agenda 2030 dell’ONU. Quale istituzione fortemente radicata nella società il museo diviene inoltre promotore del dialogo interculturale, favorendo una cultura dell’accoglienza e predisponendo percorsi e progetti per la mediazione del patrimonio, in collaborazione con le comunità di recente insediamento nelle realtà dei paesi membri.

Il documento affronta anche il tema della gestione dei finanziamenti, sia pubblici che privati e del valore economico dell’istituzione museale. Pur riconoscendo quanto la generazione di reddito sia importante per l’esistenza stessa delle istituzioni, soprattutto di fronte alla crisi pandemica che ha colpito con particolare durezza le industrie culturali, essa non viene riconosciuta quale funzione primaria del museo, anzi viene sottolineato il rischio che essa favorisca il fenomeno dell’overtourism, che concentra grandi flussi turistici in determinati luoghi e musei. Due riflessioni sono necessarie in merito a questa parte del documento: in primo luogo, come precedentemente accennato, il tema dell’accessibilità, che deve essere anche economica, per garantire una fruizione equa anche alle fasce di reddito più basse. In un mondo in cui la ricchezza è sempre più polarizzata, dove si cerca di proporre un’offerta che intercetti l’interesse dei visitatori ad alta possibilità di spendita, sarebbe opportuno rimodulare la politica dei prezzi in modo da rispondere alle esigenze culturali di tutte le tipologie di utenti. Un esempio è il Metropolitan Museum di New York: nella città emblema del capitalismo il sistema di tariffazione del museo utilizza una politica da ultimo stadio del socialismo, lasciando che i visitatori contribuiscano con ciò che hanno.

In secondo luogo in merito all’overtourism va sottolineato che i musei possono giocare un ruolo importante nel cercare di mitigare il fenomeno attraverso la diversificazione dell’offerta turistica, capace di distribuire le presenze sui territori, sia convogliando i flussi turistici verso nuove destinazioni, che differenziando i percorsi all’interno delle città verso siti non ancora congestionati.

Le nuove sfide richiedono ovviamente professionalità con una formazione adeguata e capaci di influire sulle politiche culturali dei rispettivi stati, alle quali offrire possibilità continue di aggiornamento, anche tramite accordi di collaborazione internazionale.

Come già accennato, la Raccomandazione a più riprese pone l’accento sul ruolo del museo come strumento di inclusione sociale e di promozione della diversità culturale, quindi sul suo stretto legame con il territorio di appartenenza, che ci conduce a un altro tema: il rapporto tra patrimonio e comunità. Ogni politica di protezione e di valorizzazione deve essere contestualizzata e radicata nel territorio di pertinenza e decisa insieme alle comunità, perché esse siano investite della responsabilità della conservazione e della trasmissione di questa parte della memoria collettiva. Inoltre è indispensabile armonizzare la valorizzazione del bene con la sua fruizione da parte dei residenti, spesso allontanati dal loro patrimonio da politiche gestionali finalizzate al solo uso turistico.

La necessità di mantenere saldo il legame tra gruppi e patrimonio si è tradotta nella pratica ormai diffusa della musealizzazione dei beni nei luoghi di produzione/rinvenimento. È vero però che le collezioni di tanti grandi musei occidentali sono costituite in tutto o in parte da beni sottratti alle rispettive comunità in epoche storiche, ad esempio durante il periodo coloniale. Già nel 1978 l’UNESCO istituisce il Comitato Intergovernativo UNESCO per la Promozione del Ritorno dei beni culturali ai loro Paesi d’origine o la loro Restituzione in caso di appropriazione illecita, con lo scopo di favorire le legittime rivendicazioni dei paesi di origine di molti reperti esposti nelle più prestigiose istituzioni museali occidentali, svolgendo un’azione di mediazione tra gli stati. È una questione ovviamente complessa, che ha implicazioni politiche e diplomatiche e in merito alla quale l’UNESCO cerca di fornire un quadro normativo comune, anche se non vincolante. È qui appena il caso di menzionare le note vicende della stele di Axum, conclusasi con la restituzione del reperto all’Etiopia da parte del nostro Paese e quella annosa e irrisolta dei fregi del Partenone tra Regno Unito e Grecia.

Questa problematica è indissolubilmente legata al rapporto delle istituzioni museali con gli oggetti in essa conservati. Se è vero che la restituzione, portata alle estreme conseguenze, priverebbe molti musei europei delle collezioni più prestigiose, è anche vero che è necessaria una maggiore onestà intellettuale nel chiarire al visitatore la vita e il percorso del bene, a partire dal suo rinvenimento, fino alla sua musealizzazione: bisogna ricostruire in definitiva la storia dell’oggetto. Il rinvenimento e la musealizzazione del bene non segnano infatti la fine, ma sono solo una delle tappe della sua storia. Di questa narrazione bisogna rendere edotto il visitatore, per restituire verità al percorso e assumersi la responsabilità storica della decontestualizzazione dello stesso, auspicabilmente in collaborazione con le istituzioni dei paesi d’origine.

Per fare ciò si impone però una riflessione sul valore politico del museo, il cui allestimento non è mai un’operazione neutra e imparziale, ma è inevitabilmente frutto di una particolare visione del mondo. Negli anni Novanta del ‘900 la New museology mise in evidenza come l’istituzione museale, lungi dall’essere lo spazio neutrale di una scienza oggettiva, fosse parte di una rete di relazioni di potere ed espressione della società che l’ha prodotto. Ora, se è vero che il museo deve essere uno strumento di dialogo interculturale, allora diviene necessario rivedere la rappresentazione delle identità collettive altre, finora interpretate solo alla luce del sapere occidentale, dal momento che “La cultura assume forme diverse nel tempo e nello spazio. Questa diversità si incarna nell’unicità e nella pluralità delle identità dei gruppi e delle società che compongono l’umanità.” (art. 1 della Dichiarazione Universale UNESCO sulla Diversità Culturale).

La Raccomandazione, dunque, delinea le molteplici sfide che coinvolgono i musei nella contemporaneità e che possono essere affrontate solo nel quadro di politiche culturali ambiziose, volte a sostenere le istituzioni museali, migliorare lo status dei professionisti del settore culturale e promuovere l’accesso alla cultura per tutti.

 

 

 

 

Foto  “Fondazione Louis Vuitton di Parigi” di Alessandra Carlini